Vitaliano Biondi
Vitaliano Biondi

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GIARDINO E PAESAGGIO

in costruzione

 

GIARDINO DELLA GIUSTIZIA,
quartiere Romanina, Roma, 2018
 
 

 

All’interno del quartiere Romanina in un campo di papaveri si staglia un piccolo bosco circolare percorso da un sentiero a spirale che conduce al centro. Sono 27 querce dedicate ognuno ad un magistrato caduto nell’adempimento del proprio dovere a formare il Giardino dei Servi di Giustizia.

Dedicare un albero, un bosco a questi uomini che anteposero il bene comune alla loro salvezza, ha un che di sacrale e ci riporta indietro nel tempo quando a Roma I boschi consacrati a una divinità si dicevano luci ed erano protetti da severe leggi che comminavano persino la pena capitale a chi osasse deturparli. Su una piccola altura alla Caffarella, di fronte alla chiesa di S. Urbano, si conservano ancora tre lecci, memoria del sacro bosco nei pressi della grotta della Ninfa Egeria, divinità connessa con le acque sorgive e il parto, che secondo la leggenda si incontrava qui con il re Numa Pompilio per dispensargli le sue grazie e i suoi consigli.

Vista la natura silvestre del suolo romano, non deve stupire se una delle prime divinità venerate dagli abitanti dei sette colli fu proprio Fauno, che si credeva elargisse la sue profezie grazie a una misteriosa voce udibile solo nel silenzio dei boschi. In grande onore era tenuta anche la Bona Dea, considerata la sposa di Fauno.Il protettore degli alberi e delle macchie, soprattutto di pini e di cipressi, era Silvano, chiamato anche Dendrophorus, il portatore di albero. Famoso era il Bosco degli Arvali, i sacerdoti della Dea Dia, una divinità arcaica protettrice della terra e delle messi.

Il terreno su cui sorse Roma era molto boscoso e i sette colli erano distinti da diverse specie d’alberi, che talvolta diedero loro il nome. Il Celio veniva chiamato   Querquetulanus dalla sua foresta di querce; il monte Oppio veniva detto Fagutalis dai suoi faggi e il Viminale era il colle delle canne (vimina). Gli allori dell’Aventino furono ricordati fino alla fine dell’Impero nelle strade dette Lauretum Maius e Lauretum Minus.La valle fra l’Aventino e il Palatino sembra derivasse il suo appellativo di Murtia  dal mirtillo che prosperava attorno al tabernacolo di Venere Murtea. La parte meridionale di Trastevere era detta campo Codetano dal suo equisetum arvense  (codeta) o coda cavallina, una pianta erbacea perenne dalle spiccate proprietà medicinali. Man mano che la città cresceva, le foreste andavano sparendo, ma il loro ricordo era conservato da un gruppo di alberi, tenuti in grande venerazione, cui venivano offerti sacrifici.

Platone nel Timeo non esita a dire che la filosofia nasce dalla comprensione del linguaggio vivente della natura, e che in questo senso può essere considerata un grande dono degli dèi. In questo contesto, si può ben capire l'importanza data all'interpretazione dei fenomeni vegetali, considerati pensieri e parole degli dèi, e perchè lo studio simbolico della natura fosse considerato una via verso il Divino, orientamento ancora ben presente nel Medio Evo cristiano (basti pensare alla metafora della natura quale libro di Dio), ma dimenticato dai cattolici di oggi.

Per restare al simbolismo della quercia, occorre ricordare che la continuità tra l'albero e gli uomini era qualcosa di ben radicato nell'anima degli antichi: il sentimento dei Greci a volte esprimeva tale concezione, immaginando le querce quali primi alberi terrestri e madri degli uomini dalle quali originariamente essi sarebbero derivati.

Contemporaneamente, la quercia figurava anche quale albero di Zeus, come si è già visto, e a Dodona il primo tempio consisteva proprio in una foresta di querce, a testimoniare una volta di più la continuità con il Divino e la sacralità del bosco.

La diffusione di tale atteggiamento spirituale, l'universalità del simbolismo in questione, attestano che non si tratta di strane fantasie elleniche: per quanto riguarda il mondo europeo antico, basterà ricordare l'importanza, d'altronde ben nota, della quercia (e del mondo vegetale in genere) presso i Celti, i Germani, i Balti, gli Slavi. Presso questi popoli, spesso le decisioni più importanti venivano prese all'ombra della quercia, in quanto albero della Saggezza e della Giustizia, attributi che compaiono anche tra i Greci, in riferimento allo stesso albero e a Zeus. Secondo quanto scrive Strabone (Geografia, XII, 5, 1), il consiglio dei Galati "era composto da trecento uomini che si riunivano in assemblea nel luogo chiamato D r y n é m e t o s", termine derivante da drys (quercia) e da nemeton (santuario).

Il dio supremo degli antichi Slavi, Perun, era venerato tramite il culto del suo albero, la quercia, e lo stesso dicasi per quanto riguarda gli antichi Balti e il dio Perkùnas (da perqus, quercia). Come si può notare in base a queste ed altre corrispondenze, non può certo essere casuale e arbitrario il ruolo della quercia quale albero cosmico, mediatore tra umano e divino, tra terrestre e celeste: a tale funzione ben si addice la descrizione di Virgilio, quando parla della "quercia che tanto alto va verso l'aperto Cielo, quanto ha di radici verso il Tartaro" (Georgiche, libro II, 291-292).

Si potrebbero menzionare poi innumerevoli esempi concernenti la sopravvivenza dei culti sopra citati ancora nel Medio Evo inoltrato, nonostante gli insistenti sforzi esercitati dalla cristianizzazione forzata nel tentativo di estirpare i culti paganeggianti: si narra che quando Gerolamo da Praga, in un periodo che ormai possiamo considerare di transizione tra Medio Evo ed età moderna, impose agli abitanti il disboscamento, essi si opposero, perchè là vi era una quercia antichissima, venerata quale sede della divinità.Non si rifletterà mai abbastanza sulla forza delle percezioni simboliche presso i popoli antichi: anche quando esse hanno perduto l'originaria lucidità e pregnanza metafisica e sono state aggredite dai mutamenti di civiltà, dovuti in parte alla cristianizzazione, in parte al materialismo tecnico-scientifico, hanno continuato a resistere a lungo nelle profondità dell'anima popolare, sopravvivendo a distanza di secoli e millenni, sia pure in forme spesso solo superstiziose.

Il papavero da fiore dell’oblio a ricordo dei caduti

 Il papavero comune o rosolaccio, papaver rhoeas, è una pianta erbacea annuale, la specie, è largamente diffusa in Italia, cresce normalmente in campi e sui bordi di strade e ferrovie ed è considerata una pianta infestante ed è lontano parente del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina. Anticamente nel mondo greco romano il papavero era il simbolo del sonno che conduce all’oblio. In questo senso il sonno legato alla morte. Secondo gli antichi greci il papavero era il simbolo dell’oblio e del sonno, nella mitologia greca Morfeo, il dio dei sogni, era rappresentato con un mazzo di papaveri fra le mani. Sempre secondo la mitologia greca Dementra, la madre terra, dea del grano e dell’agricoltura, ritrovò la serenità persa a causa della morte della figlia Persefone (moglie di Ade dio degli inferi) bevendo infusi fatti con fiori di papavero. Per i greci infatti il papavero rappresentava anche il fiore simbolo della consolazione. Gli antichi romani invece associarono il papavero alla dea Cerere, equivalente della dea greca Demetra, raffigurandola con ghirlande di papaveri, per la presenza costante di papaveri in tutti i campi di grano. Durante il medioevo il papavero fu invece associato, per via del suo colore, al sacrificio di Cristo e alla sua morte, per questa ragione si trova spesso raffigurato in affreschi di chiese risalenti all’epoca medievale. Secondo una leggenda, l’imperatore mongolo Gengis Khan teneva in tasca semi di papavero che spargeva sui campi di battaglia per onorare i caduti, anche quelli avversari. Sulla scia della tradizione medievale, che associa il papavero al sacrificio, nel Regno Unito, durante la prima guerra mondiale, per celebrare gli uomini morti per la patria si usavano ghirlande composta da papaveri. Osservando le foto dei membri della Famiglia Reale inglese, vi è mai capitato di notare una spilla a forma di papavero rosso appuntata sui risvolti delle giacche o sugli abiti! Si tratta del Remembrance Poppy, papavero del ricordo, che viene utilizzato, oltre che nel Regno Unito, anche in Canada, Stati Uniti e paesi del Commonwealth, simbolo del ricordo dei caduti in battaglia. Piccoli papaveri artificiali vengono generalmente indossati nel Remembrance Day l’11 novembre e nelle settimane che lo precedono, ma sono anche impiegati per comporre ghirlande celebrative. Ma qual è l’origine di questa particolare usanza? Tutto deriva da una poesia scritta nel 1915 da da John McCrae, tenente colonnello medico e poeta canadese, per ricordare un amico ucciso in battaglia, la poesia “In Flanders Fields” è tuttora conosciutissima nei paesi di cultura anglosassone. Proprio nelle prime righe della poesia, si fa riferimento ai papaveri, i primi fiori a sbocciare nei campi di battaglia. Sono state però due donne, sempre loro che hanno una marcia in più, l’americana Moina Bell Michael e la francese Anna Guerin, a trasformare questo fiore in un simbolo nazionale denso di significato e a tutt’oggi molto diffuso. Ispirandosi alla poesia di McCrae, con la vendita di papaveri artificiali, raccolsero fondi a favore dei veterani delle guerre e riuscirono a sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema molto doloroso, convincendo anche organizzazioni come la National American Legion e la Royal British Legion ad adottare il papavero come simbolo. In Gran Bretagna e più precisamente a Richmond nel Surrey esiste poi dal 1922 la Poppy Factory, una ditta che produce questi papaveri artificiali e che, pensate un po’, ogni anno realizza ben 36milioni di fiori e 80.000 corone e che fornisce i papaveri indossati da tutta la Famiglia Reale. La Poppy Factory iniziò la sua attività dando lavoro ai veterani di guerra e ancora oggi i suoi dipendenti sono uomini e donne che, durante il loro lavoro al servizio della nazione, hanno subito danni fisici disabilitanti. Ma non è finita qui ogni anno nel Regno Unito un papavero-gioiello, creato dai più prestigiosi orafi d’oltremanica, viene messo all’asta durante il Poppy Ball ed il ricavato viene destinato alla Royal British Legion. Associare il papavero al ricordo di chi ha perso la vita in guerra non è però solo storia recente. Secondo una leggenda, Gengis Khan, l’imperatore mongolo teneva in tasca semi di papavero che spargeva sui campi di battaglia per onorare i caduti, anche quelli avversari. E, tornando ai giorni nostri, non posso dimenticare Fabrizio De Andrè e la sua ‘Canzone di Piero’: “Dormi sepolto in un campo di grano/non è la rosa non è il tulipano/che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ma sono mille papaveri rossi…” Come si vede il semplice papavero che troviamo sui cigli della strada o che vediamo nei campi ha una sua bella storia e per finire, il termine “papavero” è utilizzato come sinonimo di persone potente, tale significato è dovuto alla leggenda secondo la quale il Re di Roma Tarquinio il Superbo volendo insegnare al figlio il modo più rapido per conquistare la città di Gabi, andò in giardino e con un colpo di bastone recise le teste di tutti i papaveri, volendo, con quel gesto, far capire al figlio che bisognava eliminare tutti i personaggi più potenti della città avversa.

 

 

 

IL GIARDINO DEI

 

GIUSTI

 

a Villa Doria Pamphili

 

 

“Chi salva una vita salva il mondo intero”, è scritto nella Bibbia. Del resto, anche il Corano dice: “Chi uccide un solo uomo innocente, uccide tutta l’umanità”. Il gentile che salva la vita a un ebreo, a rischio della sua, è detto Giusto tra le nazioni e gli è dedicato un albero nella Foresta dei Giusti, a Gerusalemme. Il primo Giardino dei Giusti, è nato a Gerusalemme nel 1962, per l’azione di Moshe Bejski, salvato da Oskar Schindler. Il giardino si trova nel museo di Yad Vashem e ricorda i Giusti non ebrei che hanno salvato la vita a ebrei durante la Shoah. La commemorazione fino agli anni novanta era effettuata piantando alberi in onore dei Giusti tra le nazioni. Oggi, non essendoci più spazio per le piantumazioni, è stato costruito nel giardino il Muro d'Onore su cui ne vengono scolpiti i nomi. Il presidente di Gariwo la foresta dei Giusti, lo scrittore e giornalista Gabriele Nissim, ha proposto l'istituzione di Giardini in tutto il mondo. La scelta di ubicare il Giardino dei Giusti di Roma all’interno del parco di Villa Doria Pamphili   deriva dalla vicinanza al quartiere di Monteverde, uno dei quartieri più antichi e verdi della città, ove si è creata una seconda comunità ebraica romana, quasi più grande di quella del Portico di Ottavia. Roma fu una delle più antiche sedi occidentali della comunità ebraica. L’Urbe cosmopolita e aperta a molteplici traffici economici e interessi materiali, offriva ai forestieri moltissimi vantaggi e garanzia di libertà religiosa. Villa Doria Pamphilj come molti altri parchi della Capitale trae origine dalla tenuta di campagna di una famiglia nobile romana. Si estende su una superficie complessiva di 184 ettari ed è considerata una delle più importanti ville romane, perché conserva ancora dopo secoli la sistemazione seicentesca e le principali caratteristiche del 700 e dell'800.Il complesso consta di tre parti: "pars urbana", comprensiva del Palazzo e dei giardini circostanti; "pars fructuaria", composta dal pineto; "pars rustica", che viene considerata la parte della vera e propria tenuta agricola.

Tra dolci declivi di villa Doria Pamphili, in una parte pianeggiante racchiusa da un lato da un piccolo corso d’acqua e dall’altro da un viottolo, si stende un campo di grano fino a mischiarsi a due filari d’ulivi. Gli ulivi cingono una siepe di melograni. Sono a corona di un piccolo rilevato in terra che invita alla sosta. Il sentiero che si inoltra tra le spighe del grano, e taglia la curva disegnata dal filare degli ulivi completa il geoglifo che allude alla forma di un calice di un fiore. Come quella dei fiori del croco, di cui l’area del giardino sarà disseminata e che annunciano la primavera apparendo molto presto, generalmente a febbraio marzo. Gli ulivi raccolgono in un abbraccio un boschetto di cipressi. I cipressi sono racchiusi in una incastellatura di alti tutori che sembrano donare all’impianto dei cipressi una dimensione solenne. L’impianto ha le misure del tempio di Salomone che sono descritte in 1Re 6,2: "60 cubiti di lunghezza, 20 di larghezza, 30 cubiti di altezza", cioè circa 30x10x15 metri. Ogni anno a primavera saranno messi a dimora nel Giardino dei Giusti alcuni ulivi, ognuno a ricordo di quegli uomini che scelsero il bene.

L'immaginario sul giardino presente in ogni cultura, nei secoli si è arricchito di significati sempre nuovi; metafore del cosmo e del mondo, della vita e dell'io; riflesso della perfezione divina o sede della filosofia; luogo d'amore e di pericolo mortale, dove la bellezza nasconde l'inganno; rifugio protetto degli affanni della vita o sede di progetti e di opere. Nella mitologia greca, Croco era il nome di un giovane ricordato per il suo amore infelice con una ninfa. Croco era innamorato di una ninfa chiamata Smilace, ma non era corrisposto, gli dei allora tramutarono Croco in una pianta e in seguito anche la ninfa. Secondo altre fonti i due morirono insieme amandosi. Il calice floreale rimanda alla coppa piena di una bevanda ed al brindisi, l’atto di bere alla salute di qualcuno. Il brindisi è diffuso in tutto il mondo; variano, ovviamente, le esclamazioni accompagnatorie usate. Prosit è una parola latina significa "sia utile, faccia bene, giovi", o anche "sia a favore", terza persona singolare del congiuntivo presente del verbo latino prōsum, prodes, prōfui, prodesse ("giovare", "essere di vantaggio"). È utilizzata come esclamazione all'atto del brindisi. La parola è usata anche in campo liturgico al rientro in sagrestia, dopo la conclusione della Messa, dai ministranti verso il celebrante, il quale risponde con "Deo gratias vobis quoque". Nell'antica Grecia si usava declamare discorsi o versi poetici durante il brindisi e l'usanza richiedeva che le parole fossero improvvisate. Dal Seicento in poi, si diffuse il cosiddetto brindisi poetico e numerosi furono gli autori che se ne occuparono, da Gabriello Chiabrera a Giovanni Mario Crescimbeni, per non parlare del Brindisi funebre carducciano. Il brindisi è probabilmente un vestigio religioso di antiche libagioni sacrificali in cui un liquido sacro veniva offerto agli dèi: sangue o vino in cambio di un desiderio, una preghiera riassunta con le parole 'lunga vita!' o 'alla salute'".

Il geoglifo del calice rimanda anche ad altra figura: quella di una Menorah

Dopo la "stella di Davide", la figura a sei punte, il più noto simbolo ebraico è la Menorah, il candelabro a sette braccia. “Farai un candelabro d’oro puro fatto tutto di un pezzo: il piedistallo e il fusto, e i suoi calici, i suoi boccioli e i suoi fiori formeranno un solo corpo con esso. Sei rami usciranno dai suoi lati, tre da una parte e tre dall’altra. Su ogni ramo vi saranno tre calici a figura di fiore di mandorlo con il suo bocciolo e un fiore…".La Menorah inizialmente era posta nel tabernacolo nel deserto del Sinai; più tardi nel Santuario di Gerusalemme. La sua descrizione nel libro dell’Esodo (25: 31-36) è formata quasi completamente da termini botanici: rami, calici, petali e coppe. Antiche fonti ebraiche, come il Talmùd babilonese, stabiliscono uno stretto rapporto tra la Menorah e una pianta specifica. In effetti vi è una pianta nativa di Erez Israel che ha una notevole somiglianza con la Menorah, anche se non è sempre a sette braccia. È un tipo di salvia, chiamata in ebraico Morià. Il gran sacerdote aveva l’ordine di tenere la Menorah nel Santuario piena di puro olio di oliva e di accenderla ogni giorno (Esodo 27:30). L’olio di oliva brucia con la fiamma più chiara e brillante di tutti gli altri olii vegetali. Ma non solo l’olio di oliva è speciale. Il fogliame dell’olivo stesso sembra illuminarsi quando il vento agita i suoi rami. Il lato inferiore di ogni foglia di olivo è di color argenteo e così l’intero albero acquista questi riflessi. Quando la brezza "porta" queste onde di luce da un olivo all’altro l’intera piantagione sembra illuminarsi. L’albero di olivo era stato un simbolo di luce già nella storia dell’arca di Noè quando la colomba tornò indietro con una foglia di olivo nel becco (Genesi 8:11). Un antico commento spiega che la foglia di olivo fu "una luce per il mondo". La luce è stata sempre associata con la pace, così come il buio lo è stato con la guerra e la distruzione.La Menorah e l’albero di olivo come simboli di pace sono presenti nella visione del profeta Zaccaria. Questi vide una Menorah con a lato due alberi di olivo che versavano il loro olio nelle sette lampade della Menorah. Nelle sette fiamme della Menorah. Nelle sette fiamme della Menorah sette parole che un angelo aiutò a leggere: "Lo bechail velo bekoach ki im beruchi: Non con l’esercito né con la forza, ma con il Mio spirito" (Zacc. 4:6).Dopo la distruzione del secondo Tempio il generale romano Tito portò via la Menorah a Roma come il simbolo supremo della sua conquista militare della Giudea e della distruzione del Tempio. Ma il popolo d’Israele portò l’immagine della Menorah ai quattro angoli della terra come un simbolo della sua fede nella futura conquista della forza da parte dello spirito. La visione di Zaccaria fu ricreata quando la Menorah, con un ramo di olivo da ogni lato, divenne l’emblema ufficiale dello Stato di Israele, un simbolo di pace e la fine della dispersione forzata.

Un’altra ragione di adottare l’ulivo nel Giardino dei Giusti a villa Doria Panphili è legata alla presenza nel blasone della famiglia della colomba che reca nel becco un rametto di ulivo. E la colomba era simbolo di Venere, dea dell’amore e madre di Enea, il mitico fondatore di Roma e protagonista degli affreschi nella Galleria Doria Pamphilj. In una medaglia dipinta a chiaroscuro nella Galleria è ritratto anche Enea, in un bosco, che cerca il ramo d’oro o d’ulivo, da portare in dono a Proserpina. Il ramo avrebbe consentito a Enea di entrare e uscire dagli inferi. Nella Bibbia la colomba, rilasciata da Noè, torna all'Arca con un ramoscello d'olivo in bocca ad annunciare la fine del diluvio, diventando simbolo della pacificazione di Dio con l'uomo. La colomba di Picasso simbolo di pace " è diventata simbolo mondiale dei movimenti di pace ed i pacifisti sono chiamati "colombe" e i guerrafondai "falchi". Il ramoscello d'ulivo è simbolo della rigenerazione perché, dopo la distruzione causata dal diluvio, la terra tornava a fiorire. Allo stesso tempo divenne anche simbolo di pace, perché attestava la fine del castigo e la riconciliazione di Dio con gli uomini. Nel Nuovo Testamento ci sono molti episodi legati all'ulivo. Gesù fu ricevuto calorosamente dalla folla che agitava foglie di palma e ramoscelli d'ulivo. Nell'Orto degli Ulivi passò le ultime ore prima della Passione. Nella festa cristiana delle Palme, celebrata una settimana prima della Pasqua, l’ulivo rappresentare Cristo stesso che, con il suo sacrificio, diventa strumento di riconciliazione e di pace per l’umanità. C'è un altro motivo per cui l'ulivo è una pianta sacra.  Dal suo frutto, le olive, viene ricavato l'olio. L'olio d'oliva è il Crisma, usato nelle liturgie cristiane dal battesimo all'estrema unzione, dalla cresima alla consacrazione dei nuovi sacerdoti. Infine, il nome Cristo significa “unto”.

Il simbolo del melograno In ebraico, il melograno è un simbolo di produttività, ed anche dell’unità del popolo, poiché i grani sono stretti tra loro. La pianta richiede pochissima acqua e cresce su ogni tipo di terreno, quasi a costituire una specie di miracolo e di dono della natura in terre aride e brulle. Lo stesso frutto, con i suoi chicchi dolci e succulenti, sembra di per sé incarnare l’emblema della prosperità: non per niente divenne simbolo di ricchezza e fertilità. Il simbolo del melograno si collega a quello più generale dei frutti con molti semi; è un simbolo di fecondità e di discendenza numerosa: nell’antica Grecia è un attributo di Era e di Afrodite e, a Roma, l’acconciatura delle spose è fatta di rami di melograno. In India le donne bevono succo di melograno per combattere la sterilità. Inoltre, il melograno è nella tradizione ebraica simbolo di onestà e correttezza, dato che il suo frutto conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Legge (Torah): 365 divieti e 248 obblighi, osservando i quali si ha un comportamento giusto. Il detto va preso in senso paradigmatico ovviamente, come ogni proverbio, poiché il numero dei semi della melagrana è variabile, e si aggira comunque intorno alle 600 unità.

Il Melograno simboleggia sia la vita che la morte. Portando il proprio importante contributo simbolico nel tentativo di evidenziare ancora una volta come i due opposti per eccellenza, la vita e la morte, siano collegati da un filo sottile. Se il melograno collega i due mondi, è il sacrificio il gesto che rende possibile questa unione; . la più nota è quella riguardante la. bella Persefone. Mentre stava giocando a raccogliere fiori, la terra si aprì sotto i suoi piedi quando raccolse un narciso e venne rapita da Ade, portata nell’oltretomba. Demetra adirata fece in modo che i frutti sulla terra non maturassero e calò così l’inverno perpetuo. Zeus preccupato inviò il suo messaggero da Ade per chiedergli di liberare la bella Dea. Lui ubbidì e disse a Persefone che poteva andare, ma gli offrì il seme del melograno. Lei mangiandolo accettò inconsapevolmente di passare sei mesi con la madre sulla terra e sei mesi con Ade, come sua sposa, negli inferi. In questa leggenda il frutto diventa legame tra regno dei vivi e regno dei morti, ed è proprio il suo chicco a costringere la bella Persefone a dover passare sei mesi all’anno con Ade. Ogni anno Persefone, così come la natura, sperimenta la morte. Sempre seguita dalla resurrezione. Non c’è da sorprendersi se il melograno è considerato anche il frutto della morte. Sia gli antichi egizi che i greci avevano l’abitudine di mettere nelle tombe rappresentazioni di questo frutto.

Il cipresso è comune in tutta la Palestina; ne sono stati trovati alcuni esemplari selvatici in Galaad, Edom e sulle pendici del Libano e secondo alcuni l’“albero resinoso” che fornì a Noè il legname per l’arca Ge 6:14.In Isaia 41:19 Geova promette di far crescere anche in zone desertiche alberi che normalmente crescono in luoghi fertili, e in una profezia concernente la futura esaltazione e prosperità di Sion è predetto che il cipresso, insieme al frassino e al ginepro, sarebbe stato usato per abbellire il luogo del santuario di Geova. — Isa 60:13. Il cipresso ha avuto fin dall'antichità un significato sacro, legato ai riti funebri ed alla morte. Il nome, infatti, deriva dalla triste leggenda del giovane Ciparisso, che per sbaglio uccise un cerbiatto che aveva allevato amorosamente. Per il dolore si tolse la vita e Apollo, commosso per la triste fine di Ciparisso, lo trasformò nell'albero che oggi tutti conosciamo, diventato da allora il simbolo del lutto e dell’accesso all’eternità. I greci non mancavano mai di piantare un cipresso in prossimità dei templi e lo sradicamento di questa pianta era considerato un atto di profanazione al dio al quale il tempio era dedicato. Nella tradizione cristiana è diventato simbolo dell’immortalità, come emblema della vita eterna dopo la morte, infatti lo si trova nei cimiteri. Per la sua verticalità assoluta, l’erigersi verso l’alto, il cipresso indica l’anima che si avvia verso il regno celeste. I celti avevano un segno zodiacale dedicato al cipresso, considerato simbolo di longevità: si pensava che i nati sotto questo segno potessero invecchiare più lentamente e senza sofferenze.

Pensando al dramma ecologico che investe ormai l'intero pianeta emerge una questione di vitale importanza: gli alberi, le foreste non sono solo ciò che stiamo distruggendo, sono altresì ciò da cui discendiamo. Il margine ombroso delle foreste non ha però definito solo i limiti della civiltà e delle istituzioni: ha influito in maniera determinante anche sull'immaginario. Nella memoria culturale dell'Occidente le foreste offrono asilo a fuorilegge, eroi, vagabondi, amanti, santi, perseguitati, reietti e agli smarriti. Tutti sono usciti a cercare riparo nelle foreste. Senza questi luoghi, che rappresentano il di fuori, non c'é un dentro in cui abitare. L'esterno costituisce l'interno. Alle piante gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto. E a ciascuna specie, e ad ogni albero, venivano attribuite caratteristiche particolari, perché in ciascuno di essi il mistero della natura e quello divino trovavano un equilibrio diverso.In questo futuro, minacciato dalla scomparsa della natura e dell'uomo, il Giardino dei Giusti, vuole porsi come preambolo per la propagazione, nel nostro cuore, di nuove foreste, all'ombra protettiva delle quali gli uomini possano trovare una pacifica convivenza, proprio come gli alberi in un bosco trovano armonia anche nella diversità delle specie.

ll Giardino dei Giusti di Roma è stato inaugurato il 6 marzo 2018 in villa Pamphili con ingresso in via della Nocetta 30. Ogni anno, in occasione della celebrazione della "Giornata europea in memoria dei Giusti " sono piantati 5 alberi in memoria delle personalità che saranno insignite del titolo di Giusto.Il 6 marzo 2018 in Villa Panphili è stato ufficialmente inaugurato il nuovo Giardino dei Giusti della Capitale, in una delle zone più suggestive di Villa Doria Pamphilj. In occasione della Giornata europea in memoria dei Giusti, istituita per il 6 marzo, sono stati messi a dimora i primi cinque alberi in onore delle personalità insignite del titolo di Giusto: Armin Wegner, Salvo D'Acquisto, Irena Sendler, Etty Hillesum e Mohamed Naceur (Hamadi) be Abdesslem. Nel Giardino dei Giusti di Roma, idea nata e proposta dalle associazioni onlus Gariwo e AdeiWizo, ogni anno verranno piantati cinque nuovi alberi in memoria delle personalità che verranno individuate. Ad indicare ogni anno i nominativi dei cinque Giusti dell’Umanità da insignire in Roma è il comitato scientifico ad hoc istituito dal Campidoglio, presieduto dal Sindaco Virginia Raggi e composto da Anna Foa, Riccardo Di Segni, Giovanni Maria Flick, Andrea Riccardi, Gianni Celestini e Massimiliano Atelli Alla cerimonia aveva partecipato anche Mohamed Naceur (Hamadi) ben Abdesslem, la guida tunisina che mise in salvo i turisti italiani durante l'attacco dell'Isis al Museo del Bardo a Tunisi il 18 marzo del 2015  Nel 2019 i giusti ai quali sono stati dedicati 5 nuove piante sono il giovane giornalista Antonio Megalizzi, ucciso nel corso di un attentato terroristico a Strasburgo, l'attivista pacifista ed ambientalista altoatesino Alexander Langer, l'antifascista tedesca Ursula Hirschmann, il dirigente di Solidarnòs Bronisaw Geremek e la missionaria danese Karen Jeppe che ha salvato centinaia di persone durante il genocidio degli Armeni.

Giardini del Vento

HORTUS INCONCLUSUS

 

L’istallazione è dedicata Roma attraverso la figura di Athanasius Kircher

Roma , luogo ideale per un gioco di citazioni senza fine, per effettuare uno scavo nei sedimenti che la morte ha deposto su se stessa da secoli. Roma dove crescono piccole piante nel mitreo interrato dieci metri sotto la basilica di San Clemente; Roma della porta alchemica del marchese di Palombara che non conduce più da nessuna parte ma, può essere attraversata solo da “Qui scit comburere acqua et lavare igne, facit de terra caelum et de caelo terram pretiosam"; Roma della chiesa del Sacro Cuore del Suffragio che custodisce il  museo delle anime del Purgatorio, esposizione di documenti e testimonianze marchiati dalle mani ardenti di anime che proverebbero l'esistenza del Purgatorio e delle anime di defunti che vi soggiornano, in attesa di ascendere in Paradiso; Roma del Museo kircheriano, ospitato nel Collegio Romano.

Athanasius Kircher , erudito gesuita (Geisa, Fulda, 1602 - Roma 1680) ed eminente rappresentante dell'enciclopedismo seicentesco. I suoi eclettici interessi  spaziarono dal campo degli studi linguistici alla geologia, dalla filologia all'ottica, al collezionismo di antichità; le sue ricche raccolte di reperti di arte classica, orientale e amerindiana costituirono il fondo museale noto come Museo kircheriano e ospitato nel Collegio Romano (1651). Tra le sue opere occorre segnalare Oedipus Aegyptiacus (1652), Mundus subterraneus (1665) e China illustrata (1667).

Professore(1629) di filosofia e matematica a Würzburg, dove diede lezioni anche di siriaco e di ebraico e compose la sua prima opera, Ars magnesia (1631), sul magnetismo; trasferitosi a Roma (1633), venne chiamato (1638) a insegnare matematica, fisica e lingue orientali al Collegio Romano. Si dedicò allo studio degli argomenti più disparati: dal magnetismo (Magnes, sive de Arte magnetica, 1641) all'ottica (Ars magna lucis et umbrae, 1646) alla geologia (particolarmente significativo il già citato Mundus subterraneus, storia della Terra in cui in una visione teleologica dà conto delle strutture fondamentali del globo e delle trasformazioni della crosta terrestre) alla matematica (Musurgia universalis, 1660; Organum mathematicum, 1668) e alla musica (Musurgia universalis sive ars magna consoni et dissoni, 2 voll., 1650); dalla filologia mista di motivi ermetici e simbolistici (come negli studî sulla lingua egizia: Prodromus Coptus, 1636, Lingua aegyptiaca restituta, 1643, e soprattutto famoso il summenzionato Oedipus Aegyptiacus) all'esame di civiltà esotiche (particolarmente importante e fortunata la già segnalata China illustrata). Famosi sono rimasti i suoi tentativi di interpretare i geroglifici egiziani presenti in alcuni obelischi (Obeliscus Pamphilius, 1650; Obeliscus Alexandrinus, 1666). Sotto l'influenza dell'arte combinatoria lulliana Kircher si misurò anche nel progetto di definire un metodo di conoscenza universale basato su un "nuovo alfabeto" (Ars magna Sciendi, 1669). Raccoglitore di antichità classiche, cristiane, orientali e della civiltà dell'America Meridionale, costituì nel Collegio Romano (1651) un museo, detto dopo la sua morte Kircheriano, oggi diviso principalmente tra il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini e il museo delle Terme (l'attuale Museo nazionale romano). Nel museo, oltre agli oggetti d'arte, ai reperti archeologici, etnografici e naturalistici erano conservate anche le famose macchine ottiche e catottriche fatte costruire dallo stesso Kircher. per scopi di diletto, meraviglia e studio.

Kircher pensava  si potessero progettare giardini in cui alberi e piante, visti da un punto determinato, prendessero la forma di animali e sembrassero dipinti in un quadro; anche le città avrebbero potuto essere costruite in modo da apparire figure animate. Perfino le montagne e le rocce potevano essere trasformate in creature viventi. I giardini con i loro alberi ed i loro fiori disposti secondo disegni regolari , dove la natura veniva imbrigliata in una rete di prospettive calcolate con cura per offrire naturalmente a queste fantasie e a questi artifici un buon campo di applicazione. E del resto, lo stesso Descartes ne aveva già parlato in un suo scritto giovanile : “ Si possono fare in un giardino delle ombre che riproducono figure diverse, come alberi ed altre cose. Item, potare le siepi in modo che da particolari prospettive esse assumano la forma di particolari figure”.

Al continuo ed ansioso riprodursi di fughe della mente , dei sensi e delle passioni , il seicento barocco come la contemporaneità dà una risposta : l’artificio.Ricondotto agli stati di coscienza, l’artificio non è altro che una maschera.

La visione moderna come quella barocca opera sempre in un hortus inconclusus, si serve dell’artifizio (maschera) per costruire uno status elusivo, dispersivo, delle tensioni che lo pervadono. L’artificio, perciò costruisce degli “Hortus conclusi” fittizzi, illusori e provvisori, in realtà tanti “hortus  inconclusi”.

Le verità metafisiche sono le verità delle maschere ( O. Wilde).Sono anche le verità delle favole. Le illusioni e le fantasie che nascono intorno alle forme corrispondono ad una realtà, e generano a loro volta forme in cui immagini e leggende vengono proiettate e si materializzano nella vita

 

 

IL CAMPOVOLO,

Il giardino del vento

 

Partecipazione a Maggio in Fiore a Cervia

L’istallazione è dedicata a Roma attraverso il Parco Archeologico di Centocelle.

L’istallazione approntata per la manifestazione di Cervia alludeva alle aree di vegetazione spontanea presenti anche ora nel parco archeologico di Centocelle e che anche in un futuro prossimo di sistemazione del parco potrebbero essere conservate. “Giardini del Vento”, ispirati all'idea di Terzo Paesaggio di Gilles Clément , e caratterizzati da pratiche consentite di non organizzazione. Le piante viaggiano. Soprattutto le erbe. Si spostano in silenzio, in balìa dei venti. Niente è possibile contro il vento. Se mietessimo le nuvole, resteremmo sorpresi di raccogliere imponderabili semi mischiati di loess, le polveri fertili. Già in cielo si disegnano paesaggi imprevedibili. Il caso organizza i dettagli, per la diffusione delle specie ricorre a ogni possibile vettore.

DESCRIZIONE DELL’ISTALLAZIONE

Alberi che paiono strallati costituiscono di fatto una grande arpa eolia. Si tratta di uno strumento musicale nel quale le corde non vengono fatte vibrare meccanicamente dall'uomo ma dal vento producendo melodie sempre diverse , sempre casuali. Di fianco cavi fissati alle alberature sorreggono giardini  di Buddleja Davidii Reti tese fra gli alberi cercheranno di catturare i semi delle angiosperme anemocore, che hanno frutti o semi leggeri, muniti di ali o altre appendici che facilitino il volo, come il pappo degli acheni delle composite o le brattee dei tigli. Dai rami palle di sfagno da cui fuoriescono esemplari di sanseverie sembrano rimandare alle architetture dei nidi dell’uccello sarto o dell’ uccello tessitori (Ploceidae Sundevall, 1836)  oppure ricordare meravigliose creature quali la bernocla L’aiuola presenta a terra piante di cipresso piegate dal vento o la forza tellurica di altri di piante vagabonde, infestanti, come la panace di Mantegazzi, la porracchia sudamericana, il fico d’India, il papavero sonnifero, il poligono del Giappone, l’erba della Pampa trasportate dal vento, dagli animali o dalle suole delle scarpe. Fanno da corolla ad esemplari di rampicanti animati  da un anomalo tigmotropismo e troneggiano fra piante che amano il vento. Piante abituate geneticamente e morfologicamente allo schiaffo del vento alla brezza costante come il maestrale, il libeccio alla tramontana, a tutti i venti di tutte le provenienze. Si tratta generalmente di graminacee, alternate da erbacee perenni con tinte contrastanti e che possono colorare le aiuole quanto le cugine graminacee. Sono il veronicastrum virginicum, l’echinacea purpurea, la sanguisorba officinalis, il thalictrum delavayi, la  catananche caerulea, l’eringyum amethystinum, la verbena officinalis, la stipa tenuissima, la calamagrostis acutiflora , la festuca arundinacea, il pevinisetum alopecuroides, il miscanthus sinensis per cercare di dare corpo a un’idea di ”giardino in movimento”, spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare anziché intervenire e aggredire. Si apprenderà allora l’arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre «il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino», sia il giardiniere, inteso come il «guardiano dell’imprevedibile», sia il visitatore, potranno nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza. Ecco allora che non parrà strano leggere nel manifesto Gilles Clement (che come tutti i manifesti annuncia un’avanguardia non solo di linguaggio ma anche di comportamento) frasi come:“ Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. “Considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversa dai lampi della vita. Avvicinarsi alla diversità con stupore. Considerare la mescolanza planetaria – meccanica inerente al terzo paesaggio – come un motore dell’evoluzione. Presentare il terzo paesaggio, frammento indeciso del Giardino planetario, non come un bene patrimoniale, ma come uno spazio comune dl futuro. Elevare l’improduttività fino a conferirle dignità politica. Proteggere i siti toccati da credenze come un territorio indispensabile per l’errare dello spirito. Confrontare l’ipotesi con altre culture del pianeta, specialmente quelle culture i cui fondamenti poggiano su un legame di fusione tra l’uomo e la natura”.

 

Secondo la mitologia greca, ad inventare l’arpa eolica fu proprio il Dio dei venti, Eolo; ma strumenti simili ad esso, erano già noti oltre che alla civiltà greca, anche ad altre società primitive.Il primo a descrivere questo strumento fu il filosofo e gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602–1680), autore del libro Phonurgia nova, sive conjugium mechanico-physicum artis & natvrae paranympha phonosophia concinnatum del 1673.La produzione e diffusione "moderna" dello strumento nel mondo occidentale, risale al XVII secolo. Essa si limitò nella sua diffusione solo all'Inghilterra, alla Germania e alla regione francese dell'Alsazia, dove artigiani si specializzarono nel costruire diversi esemplari, destinati alla case di privati cittadini.L'arpa eolia, in epoca romantica, era solitamente costituita da otto corde di budello (ma il numero poteva variare da quattro a più di sedici), tutte di eguale lunghezza, ma con differenti tensioni. Esse venivano fissate lungo una cassa di risonanza di legno generalmente di forma rettangolare, mediante due ponticelli. Tali corde, la cui tensione veniva regolata attraverso dei piroli tiracorda posti su uno dei due ponticelli, avevano la caratteristica di poter entrare in vibrazione quando lo strumento veniva esposto all'azione del vento. Al centro della cassa armonica, erano presenti dei fori, generalmente uno o due, che permettevano al suono prodotto dalle corde, ed amplificato dalla cassa stessa, di fuoriuscire dallo strumento divenendo così udibile.Considerato il più romantico tra gli strumenti musicali, l'arpa eolia divenne in quegli anni il simbolo dell'estetica romantica dei paesi anglo-sassoni.Essa venne descritta in due poesie di Samuel Taylor Coleridge, e in un romanzo di William Heinesen, oltre che in Lolitadi Vladimir Nabokov. Una lira, che è un altro nome per indicare l'arpa eolia, è citata in un'ode di Percy Bysshe Shelley, Al vento di ponente. Un altro scrittore che citò questo strumento in una sua opera, fu Ian Fleming. È descritta anche nel libro di C. Potok "l'Arpa di Davita".Fryderyk Chopin fu il primo compositore ad ispirarsi a questo strumento (Studi per piano, Opera 25, n.1 in La bemolle maggiore).Un altro compositore, fu Sergei Ljapunov (Op. 11 n. 9 di Studi musicali), che nell'accompagnamento del tremolo, sembra imitare il suono di questo strumento. Anche altri compositori contemporanei si ispirarono all'arpa eolia, come Hector Berlioz, Henry Cowell, Giovane Thomas, ed il sassofonista jazz Jan Garbarek, che in una sua registrazione ha usato lo strumento collocato su un fiordo norvegese.

La Buddleja è un arbusto caducifoglio a rami arcuati Dimensioni medie : dai 2 ai 5 m. a seconda delle varietà. Pianta originaria della Cina è stata importata in Europa nel 1893, coltivata nei giardini e nei parchi è presto sfuggita alla coltura e sta diventando un pianta invasiva, essa infatti si adatta facilmente ad ogni tipo di suolo preferendo quello calcareo. Attualmente è comune in Europa dove cresce su dirupi e nei luoghi incolti, golene, rive di fiumi e di laghi, radure forestali, scarpate ferroviarie, dalla pianura fino a oltre 1300 m. Le foglie sono verde scuro, lanceolate e talvolta coperte da una peluria biancastra nella parte inferiore. La buddleja fiorisce da fine giugno a fine ottobre/novembre. Può essere un punto di forte attrattiva se utilizzata in macchia di più esemplari in un grande giardino oppure come esemplare unico, in un giardino di piccole dimensioni, che le farfalle visiteranno sovente nelle ore più calde del giorno e al calar del sole. Questa particolarità le fa derivare il nome volgare con cui la chiamano gli anglosassoni: Butterfly Bush (Arbusto delle Farfalle) I fiori ermafroditi, attinomorfi, profumati,molto numerosi, sono riuniti in pannocchie apicali cilindriche lunghe 20-50 cm.

.La prima descrizione che troviamo dell’anatra vegetale è dovuta a Giraldus  Cambrensis, nella sua Topographia Hiberniae scritta nel 1187 : "Ci sono molti uccelli, chiamati Bernacae, che la natura produce contro le sue stesse leggi in maniera  meravigliosa. Sono come anatre di palude, ma un po’ più piccole. Sono generate dai tronchi di abete gettati dal mare, ed all' inizio sembrano delle escrescenze su di essi. Successivamente si appendono col becco, simili ad erbe marine attaccate al tronco, e sono racchiuse in conchiglie per potersi sviluppare più liberamente. Essendosi così nel corso del tempo ricoperte di uno strato di piume, esse infine cadono in acqua o si alzano a volare nell' aria. L' embrione di anatra si accresce e si nutre da una mistura ricavata in maniera segreta e meravigliosa dal mare o dal legno. Ho visto con i miei occhi più di mille di questi minuscoli corpi di uccello pendere da un tronco sulla spiaggia, chiusi in conchiglie e già formati" …. "In nessun luogo del mondo si è mai saputo che facciano dei nidi. Per questo motivo i vescovi e il clero in qualche parte dell'Irlanda sono usi mangiare nei giorni di magro questi uccelli senza scrupoli. Ma ciò facendo essi cadono in peccato. Perché se qualcuno avesse mai mangiato la coscia del nostro primo progenitore, anche se egli (Adamo) non era nato da carne, quella persona non potrebbe essere sollevata dal sacrilegio di aver mangiato carne". Dalla descrizione di Giraldo possiamo comprendere quanto la leggenda fosse già conosciuta e popolare, almeno in Irlanda, se la si arrivava a collegare ad una diatriba come la dieta nella Quaresima e nei giorni di magro. Che d' altra parte che questo non fosse un aspetto del tutto secondario lo si può arguire dal fatto che nel 1215 sia necessario addirittura l'intervento di un Papa, Innocenzo III, per proibire definitivamente il consumo di ogni tipo di carne nei periodi di magro, a prescindere dalla origine marina o meno che questa avesse. E’ però un altro Papa, Enea Silvio Piccolomini, Pio II, (1405-1464 ) ad aggiungere credibilità al prodigio, scrivendo : "Abbiamo saputo che in Scizia c'è un albero che, cresciuto lungo un fiume, produceva dei frutti che avevano forma di anatre, e che, maturando, cadevano da soli, gli uni in terra, gli altri in acqua. E quelli che cadevano in terra imputridivano, quelli che erano caduti in acqua, prendevano vita, nuotavano sull' acqua e s' involavano, mettendo le piume, in aria".

Dopo l’apprezzamento ottenuto dal progetto del Comune di Roma nella passata edizione, il comune di Cervia ci invitava a partecipare all’edizione 2019

GIARDINO DELLA AULENTISSIMA AMOROSA, Salvarano, Quattro Castella

Parco culturale dell'Ariosto e del Boiardo

E' nato il PAB, luogo reale e virtuale alla ricerca del genius loci della nostra terra

 

Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto: due sommi poeti dell’epica cavalleresca, due reggiani.

Figure che hanno lasciato una traccia indelebile nell’estetica letteraria, nella storia della poesia. Noti nel mondo, poco frequentati nella terra natìa, dove restano un po’ nascosti tra gli anfratti del territorio, come defilati tra gli andamenti irregolari delle colline e i luoghi storici a loro legati, intitolati, a volte integri, a volte diroccati. Eppure c’è l’evidenza di un genius loci tipicamente reggiano, più ampiamente emiliano, riverberatosi da allora fino a noi nell’opera artistica di tanti moderni cantori del fantastico, dell’immaginifico e dello scavo psicologico profondo al confine con la follia, come Antonio Delfini, Cesare Zavattini, Gianni Celati o Ermanno Cavazzoni.

Da questa convinzione è nato un progetto forte, voluto dalla Provincia di Reggio Emilia, con la Biennale del Paesaggio, in collaborazione con i Comuni di Reggio Emilia, Scandiano, Canossa ed Albinea: il PAB “Parco culturale dell’Ariosto e del Boiardo”. Un Parco ideale e al contempo assai concreto per interconnettere i luoghi della provincia reggiana che vantano legami con la vita e l’opera dei due autori dell’Orlando innamorato e dell’Orlando furioso, riunendoli virtualmente in un unico ampio spazio mentale. Così che quel genius loci di cui ancora la fisicità dei luoghi è impregnata possa rianimarsi e trovare vigore.

 

Un Parco nel quale avverranno cose, si incroceranno idee e narrazioni, si rivivranno vicende per sovrapporre al territorio, come si presenta ai nostri occhi, un contesto emozionale analogo a quello in cui si trovarono i due poeti quando scrissero le loro opere. L’uomo moderno evocherà le loro suggestioni per risalire alle fonti di quella sensibilità leggera, iperbolica, per lo più comica in Boiardo e ironica nell’Ariosto, che ha generato uno stile letterario tra i più popolari. L’intera provincia potrà riprendere coscienza di questa sua cifra riallacciando un rapporto più diretto con le vivide figure di Orlando, Rinaldo, Astolfo, Gradasso, Angelica e le loro epiche avventure. Ariosto e Boiardo, che oggi sorvegliano austeri i Giardini pubblici di Reggio Emilia rappresentati nelle due statue di Riccardo Secchi, torneranno vitali e attivi anfitrioni nella loro terra natale, “accompagnando” i flussi del turismo culturale lungo itinerari pensati per valorizzare l’identità più profonda del nostro territorio.

 

I luoghi

I confini geografici di questa grande area intellettuale e fisica al tempo stesso non delimitano un unico luogo, ma un’idea ampia di territorialità che si moltiplica in varie località anche distanti, costituendo una vera e propria mappa geografica che da nord a sud e da est a ovest coinvolgerà gran parte della provincia.

La suggestione e la particolarità dei luoghi che compongono fisicamente questo mosaico daranno vita a una scenografia diversificata nella quale paesaggio, cultura, arte e letteratura già s’intrecciano idealmente: dal Monte Jaco situato sulla sponda destra del Crostolo, tra il castello di Albinea e la chiesa di Puianello, alla Rocca di Canossa; dalla villa quattrocentesca del Mauriziano alle porte di Reggio Emilia, appartenente ai Conti Malaguzzi - famiglia d’origine della madre dell’Ariosto -, alla Rocca medievale di Scandiano, trasformata nel ‘500 dal conte Giulio Boiardo in sontuoso palazzo. La prima rete di corrispondenze individuate per l’avvio del progetto, sintetizzata già da quest’anno in una guida che nel 2008 sarà tradotta anche in inglese, è aperta al contributo di studiosi e appassionati per una sempre più completa integrazione e definizione.

Nel 2007 si sono svolte numerose iniziative (vedi allegato scaricabile) che hanno rappresentato un'anteprima di una programmazione che si svilupperà poi dalla primavera 2008 con sempre maggiore ricchezza progettuale. Gli appuntamenti sono stati e saranno a ingresso gratuito.

 

I primi luoghi inseriti nel parco

 

     Case Malaguzzi - Reggio Emilia

    Parco di Cittadella (Oggi Giardini Pubblici) - Reggio Emilia

    Il Mauriziano - loc. San Maurizio - Reggio Emilia

    La Rocca - Scandiano

    Il Tresinaro - Scandiano

    Villa Torricella - Ventoso di Scandiano

    Chiesa di S.Maria dell’Uliveto - Montericco di Albinea

    Monte Jaco - Albinea

    Il Castello di Matilde – Canossa

 

Il PAB “Parco culturale dell’Ariosto e del Boiardo” è un’iniziativa promossa dalla Provincia di Reggio Emilia, dalla Biennale del Paesaggio e dalla Regione Emilia Romagna in collaborazione con i Comuni di Reggio Emilia, Albinea, Canossa e Scandiano. Il progetto gode del sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia “Pietro Manodori” e di Ccpl.

 

libretto_parco_(8).pdf
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